Poco latte nella dieta degli adolescenti

04/12/2009

Secondo i dati dello studio statunitense Project EAT (Eating Among Teens), gli adolescenti tendono a ridurre gli introiti di calcio non appena varcata la soglia dei vent’anni. Un fenomeno legato a stili di vita e abitudini scorrette a cui porre rimedio con una più consapevole prevenzione sin da piccoli e una maggiore attenzione nell’assunzione di calcio, latte e suoi derivati.

Poco latte, e poco calcio, nella dieta dei giovaniSi diventa adolescenti e l’importanza del calcio per la salute viene presto dimenticata. Nella fase di passaggio dai 15 ai 20 anni i ragazzi tendono infatti a diminuire l’introito di questo prezioso minerale, esponendosi così al rischio di avere in futuro ossa più fragili o di incorrere, specialmente le ragazze, in problemi di osteoporosi. Ciò che spesso si sottovaluta è il fatto che il picco di massa ossea, per cui l’apporto di calcio diventa indispensabile, si raggiunge proprio nel periodo che va dai 20 ai 30 anni: la salute e la solidità delle nostre ossa da adulti dipendono quindi in gran parte dal quantitativo di calcio che si è riusciti ad accumulare nell’età giovanile.  
A evidenziare il fenomeno è un gruppo di ricercatori dell’Università del Minnesota che ha esaminato le abitudini alimentari di 1500 adolescenti (monitorate una prima volta all’età di 15 anni e in un successivo momento a 20 anni), nell’ambito del progetto EAT (Eating Among Teens). Dai dati ricavati, pubblicati sul «Journal of Nutrition Education and Behavior», è risultato che nel passaggio alla maggiore età l’apporto di calcio si riduce significativamente, secondo una media di 153 mg per le ragazze e di 194 mg per i ragazzi. Nella fase dell’adolescenza, inoltre, si è appurato che il 78% delle giovani ha un introito di calcio inferiore a quello raccomandato (1200-1500 mg al giorno a seconda dell’età), contro il 55% dei coetanei maschi. Lo stesso accade nella fase successiva, dove il 68% delle ventenni e il 53% dei ventenni assumono apporti insufficienti di calcio.    
Secondo gli esperti, il fenomeno è riconducibile allo stile di vita dei ragazzi e ad alcune abitudini alimentari scorrette. Associati a minori introiti di calcio sono infatti comportamenti sedentari, lo stare troppo tempo chiusi in casa a guardare la televisione (la scarsa esposizione alla luce solare determina infatti una ridotta sintesi di vitamina D, fondamentale per l’assorbimento del calcio) ma anche il seguire l’esempio di amici che mangiano in modo inadeguato o si riempiono di «cibi-spazzatura», senza considerare altri fattori come l’intolleranza al glucosio o l’insofferenza soggettiva nei confronti del latte.
Secondo Nicole Larson, epidemiologa dell’Università del Minnesota, è necessario rendere consapevoli i ragazzi dell’importanza della prevenzione per la salute delle ossa, cercando di abituarli fin da piccoli al consumo di latte e latticini, anche servendo il latte come bevanda ai pasti principali. Una soluzione, quest’ultima, molto «americana», e probabilmente poco praticabile al di qua dell’oceano.
«Di sicuro è inutile forzare adolescenti e ragazzi – afferma Maria Luisa Brandi, dell’Unità operativa di Malattie del metabolismo minerale e osseo dell’ospedale di Careggi di Firenze –, però in un modo o nell'altro bisogna arrivare a un quantitativo di calcio sufficiente. Le strade, se il latte non va giù, sono due: bere acque minerali ricche di calcio o assumere integratori. Con l’acqua si può fare un bel pezzo di strada: alcune contengono fino a 400 milligrammi di calcio per litro, se una ragazza ne beve due litri al giorno per depurarsi ha già guadagnato senza accorgersene oltre la metà del suo fabbisogno quotidiano».

N.I. Larson et al., Calcium and dairy intake: longitudinal trends during the transition to young adulthood and correlates of calcium intake

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