Artrite reumatoide: conoscerla, prevenirla

10/11/2008

Grazie alle nuove strategie terapeutiche, i pazienti affetti da questa malattia possono oggi condurre una vita normale. L’importanza della diagnosi precoce ma anche dell’adeguata assunzione di vitamina D.

Va bloccata subito, prima che sia troppo tardi. Per contrastare efficacemente l’artrite reumatoide (patologia che colpisce in Italia circa 250 mila persone) è fondamentale agire ai primi sintomi, prima che i danni alle articolazioni siano irrimediabili, tali da rendere doloroso e difficoltoso anche il più semplice gesto. L’artrite reumatoide è, infatti, una patologia autoimmune di tipo cronico-evolutivo, destinata dunque a peggiorare nel tempo, innescata dai linfociti T, globuli bianchi normalmente deputati a difendere l’organismo, che per ragioni ancora sconosciute attaccano le membrane sinoviali (che rivestono le articolazioni producendo un liquido lubrificante), innescando processi di infiammazione ed erosione dei tessuti articolari. Sebbene non siano ancora chiari i fattori scatenanti della malattia (c’è chi ipotizza anche un’origine virale), di sicuro esiste una predisposizione ereditaria: se in famiglia c’è qualcuno che ne soffre, le probabilità di ammalarsi sono quattro volte superiori. A esserne colpite sono soprattutto le donne tra i 25 e i 55 anni, probabilmente a seguito di squilibri ormonali legati alla gravidanza o alla menopausa.
Le terapie hanno un duplice obiettivo: lenire il dolore e impedire la progressione delle lesioni articolari. Nel primo caso si utilizzano antinfiammatori non steroidei (FANS) e steroidei (cortisonici), nel secondo si prevede il ricorso ai cosiddetti DMARD (Disease Modifying Antirheumatic Drugs), farmaci in grado di interferire con la reazione autoimmune a base dell’artrite e di limitarne l’evoluzione. Attualmente molta speranza è riposta nei farmaci biologici, principi attivi che hanno mostrato di indurre la remissione della malattia nel 50-60% dei casi, con scomparsa dei dolori e recupero della mobilità articolare. Efficaci soprattutto nei pazienti che non rispondono alle terapie tradizionali, tali farmaci inibiscono la liberazione del Tumor Necrosis Factor, proteina prodotta in risposta a stimoli infiammatori e coinvolta nell’artrite reumatoide.
Se l’avvento dei farmaci biologici apre nuove prospettive nel trattamento della patologia, la possibilità di una correlazione tra carenze di vitamina D e malattie reumatiche e infiammatorie, ipotizzata da recenti studi, sottolinea l’importanza di prestare maggiore attenzione a questo tipo di deficit. Il ruolo protettivo della vitamina D in diverse patologie ossee è noto ormai da tempo: per questo motivo alcuni ricercatori statunitensi hanno deciso di indagare, in uno studio pubblicato su «Arthritis & Rheumatism», i possibili legami tra carenze di vitamina D e artrite reumatoide analizzando i dati relativi a quasi 30.000 donne (tra i 55 e i 69 anni, inizialmente non sofferenti della malattia), selezionate tra le partecipanti allo Iowa Women’s Health Study, un ampio studio prospettico che segue, dal 1985, oltre 41.000 donne in menopausa. Dopo aver raccolto dati su abitudini alimentari, uso di supplementi e altre questioni relative alla salute, gli studiosi hanno registrato 152 casi di artrite reumatoide nel corso di 11 anni di osservazione, verificando come il rischio di incorrere nella malattia fosse maggiore nelle donne che assumevano meno vitamina D. In particolare, le donne che introducevano, con la dieta o con supplementi, meno di 200 UI (Unità Internazionali) del nutriente avevano un rischio di ammalarsi superiore del 33%.

Artrite reumatoide: l'importanza della diagnosi precoceAnaloghi risultati provengono da uno studio britannico pubblicato su «Rheumatology» in cui studiosi dell’Università di Cambridge hanno verificato i livelli di vitamina D in 263 pazienti affetti da malattie reumatiche, tra cui artrite reumatoide, osteoporosi, artrosi e fibromialgia. Dai risultati è emerso che carenze della vitamina erano frequenti soprattutto nei pazienti affetti da artrite e fibromialgia. Inoltre, i ricercatori hanno evidenziato la necessità di rivedere le linee guida sulla gestione della carenza di vitamina D nei pazienti con malattie reumatiche: seguendo le attuali norme, spiegano, nel loro studio sarebbe stato identificato solo il 31% dei pazienti con ipovitaminosi.

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