Vitamina D, «wonder vitamin»

28/04/2008

Per il britannico «The Independent» è la «wonder vitamin», la «vitamina delle meraviglie». Recenti ricerche confermano il ruolo fondamentale della vitamina D nel mantenimento di un ottimale stato di salute e nel contrastare l’insorgenza di diverse patologie: dall’osteoporosi ai disturbi cardiovascolari, dalla sclerosi multipla ai tumori al seno e al pancreas.

La vitamina D fa bene alle ossa. Da anni gli esperti continuano a evidenziare come una sua carenza può contribuire ad aumentare il rischio di fratture e patologie come l’osteoporosi. Ma grazie a recenti ricerche si è scoperto che questa sostanza può fare molto di più per la nostra salute, anche allungarci la vita. A questa conclusione è giunta una metanalisi, pubblicata sull’«Archives of Internal Medicine», effettuata su 18 ricerche pubblicate a partire dal novembre del 2006. Passando in rassegna questi studi, per un totale di 57.311 partecipanti dai 50 anni in su, gli autori hanno focalizzato la loro attenzione sui 4.777 decessi avvenuti nel corso del follow-up (dai 5 ai 7 anni): secondo i dati raccolti, il rischio di morte per i soggetti che avevano assunto la vitamina D si abbassava di circa un 7%. La carenza di questo nutriente, dunque, è associata a un aumento del rischio di decesso a causa di cancro, malattie cardiache e diabete (disturbi da cui dipende il 60-70% delle morti nei paesi più ricchi). «Non sono chiari i meccanismi che fanno in modo che il consumo di vitamina D si associ a un minore rischio di mortalità», spiegano gli autori. «Probabilmente – continuano – ha il merito di inibire la proliferazione delle cellule del cancro, migliorare la funzionalità dei vasi sanguigni e del sistema immunitario».

Vitamina D: la Questa ricerca aggiunge un nuovo capitolo in merito ai benefici della vitamina D sulla nostra salute e va ad alimentare la vasta letteratura scientifica già esistente al riguardo. Ma vediamo in dettaglio quali sono le aree d’impiego più diffuse – oltre a preservare la salute delle ossa – di quella che il quotidiano britannico «The Independent» ha definito la «wonder vitamin».


Tumori
Sempre più numerose le ricerche sul rapporto tra i livelli di vitamina D nell’organismo e i tumori. Analizzando 63 studi scientifici pubblicati a partire dal 1960, alcuni ricercatori dell’Università di San Diego hanno concluso che carenze di questa sostanza «possono essere responsabili di migliaia di morti premature a causa di tumori ovarici, al colon, al seno e ad altri organi». Nello studio pubblicato sull’«American Journal of Public Health» essi hanno riscontrato una maggiore incidenza di tumori tra le persone di colore (la cui pelle tende a produrre meno vitamina D quando esposta ai raggi ultravioletti) e tra coloro che vivono in zone poco soleggiate. Altri studi riguardanti i tumori al seno hanno evidenziato come nelle donne affette dal tumore in fase avanzata i livelli plasmatici di questo nutriente siano inferiori a quelli che si registrano nelle donne colpite dalla stessa patologia ma in fase iniziale. Infine, una ricerca condotta dall’Università del Wisconsin ha stimato che l’apporto quotidiano di 10 microgrammi di vitamina D potrebbe ridurre del 43% il rischio di tumore al pancreas. Si tratta di dati preliminari da verificare con ulteriori indagini ma il ruolo di questa sostanza per ridurre il rischio di insorgenza dei tumori, affermano gli esperti, merita di essere approfondito.   

Diabete
Interessanti anche le proprietà della vitamina D come agente immunosoppressore in patologie come il diabete di tipo 1, considerato una malattia autoimmune. Secondo uno studio pubblicato su «Lancet», integrazioni adeguate di questo nutriente hanno dimostrato di ridurre l’incidenza del diabete di tipo 1 in un gruppo di bambini nati nel nord della Finlandia. Nello studio gli esperti hanno riscontrato una riduzione della patologia pari al 78% tra i bambini che avevano ricevuto regolarmente la dose giornaliera di 2.000 UI rispetto a chi aveva assunto un dosaggio minore.

Sclerosi multipla
Un altro promettente filone di ricerca è quello che riguarda l’effetto protettivo della vitamina D nei confronti della sclerosi multipla. Secondo alcuni studi, l’incidenza della malattia è maggiore nei paesi più lontani dall’equatore e meno esposti alla luce solare. Per questo motivo molti esperti raccomandano una maggiore esposizione al sole e l’integrazione nella dieta di più consistenti dosi di questo nutriente.

Patologie cardiovascolari
Uno studio condotto dall’Università della California, che ha coinvolto quasi 10.000 donne over 65, ha rilevato che coloro che assumevano supplementi di vitamina D riducevano del 31% il rischio di morire per patologie cardiovascolari. Ricercatori dell’Università di Bonn hanno invece individuato bassi livelli di questa sostanza in pazienti con insufficienza cardiaca cronica. Si tratta di indagini che confermano il ruolo della vitamina D nella riduzione dell’insulino-resistenza, uno dei principali fattori di rischio per le patologie cardiovascolari. Essa è inoltre utilizzata dalla ghiandola tiroidea per produrre un ormone la cui funzione è quella di regolare i livelli plasmatici di calcio e di conseguenza la pressione sanguigna.    

Influenza e raffreddore
Nonostante questo sia l’ambito privilegiato della vitamina C, alcuni ricercatori dello Winthrop University Hospital di New York hanno evidenziato il ruolo della vitamina D nel contrastare virus e batteri: somministrandola a un gruppo di volontari, ha infatti ridotto del 70% gli episodi di influenza e raffreddore in un arco di tempo di tre anni. Secondo gli esperti, questa sostanza svolge un’azione di potenziamento del sistema immunitario aumentando le naturali difese dell’organismo contro gli agenti patogeni. Inoltre, il declino dei livelli di vitamina D che si rileva tra i mesi di novembre e marzo potrebbe costituire, affermano gli studiosi, quel «fattore stagionale» alla base dei picchi di influenza e raffreddore che si registrano solitamente in inverno.


P. Autier e S. Gandini, Vitamin D Supplementation and Total Mortality

E, Hyppönen et al., Intake of Vitamin D and Risk of Type 1 Diabetes: A Birth-Cohort Study

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